Storia della psicologia subacquea

Storia della psicologia subacquea


STORIA DELLA PSICOLOGIA SUBACQUEA


di S. Capodieci

Introduzione

Il primato dell’approccio psicologico alle attività legate al mare spetta ad Alain Bombard. Navigatore, medico e biologo francese, nel 1952 ha attraversato l’Oceano Atlantico con la zattera pneumatica Hérétique, senza cibo né acqua, vivendo di acqua marina e pesce crudo. Bombard durante la navigazione ha cercato di combattere la solitudine, anche nei momenti più critici, registrando le sue reazioni fino all’arrivo di in una delle isole dell’arcipelago dei Caraibi. Ecco come Bombard sintetizzava il successo del suo esperimento: “Naufraghi delle leggende, vittime rigide e frettolose, io so che voi non siete morti per colpa del mare, che non siete morti per fame, che non siete morti per sete: sballottati sotto il grido dei gabbiani, voi siete morti per spavento”.

I pionieri

“Psychological and psychiatric reactions in diving and in submarine warfare”: è questo il titolo di un articolo del 1945 di Behnke pubblicato nell’American Journal of Psychology. In Italia è il 1962, quando Gianfranco Bernardi presenta una Comunicazione al Primo Simposio Internazionale di Medicina subacquea dal titolo “Psicologia dello Sport Subacqueo”. Nel suo intervento Bernardi presenta una serie di intuizioni che appaiono ancor oggi attuali. Nei primi anni ’60, Sessa, Pallotta e Fati nelle loro indagini trovano che le motivazioni che spingono ad intraprendere l’attività subacquea hanno radici che traggono origine dalle dinamiche inconsce dell’individuo. Nel momento in cui si valica la linea di contatto tra l’aria e l’acqua e l’immersione diventa “agita” si svilupperebbe una divaricazione tra pulsioni profonde e motivazioni consce. Tatarelli nel 1968 ha affermato che “il tipo chiuso, introverso” non è adatto all’attività subacquea, che potrebbe essergli persino nociva nella misura in cui può accentuarne “le già depresse qualità morali”. Conclusioni che si contrappongono a quelle di Caneva e Zuin, che nel 1970 in uno studio su 46 subacquei hanno rilevato un elevato grado di introversione come elemento predominante. Altri autori avevano già effettuato in quegli anni ricerche preliminari sulla valutazione personologica dei subacquei.

Gli anni ’70

Sono gli anni della psicologia sperimentale. Si studiano gli effetti della profondità e dello stress in situazioni pericolose come l’ambiente sottomarino. Ricercatori come Ross, Biersner e Ryman approfondiscono le relazioni tra la narcosi e la capacità attentiva, la performance nell’ambiente subacqueo, la percezione spaziale e l’adattamento del subacqueo alla distorsione presente sotto la superficie marina. Si cominciano a studiare, però, anche la personalità e gli atteggiamenti del subacqueo. In Italia Zannini e Montinari nel 1971 pubblicano le loro osservazioni sulla valutazione psicoattitudinale degli operatori subacquei. Ferruccio Antonelli nel 1975 pubblica la “La psicologia del subacqueo” e Pelaia nel 1981 “Subcosciente da sub”. Griffiths, Steel e Vaccaro nelle loro ricerche prendono in esame l’ansia nel subacqueo e la correlazione tra le tecniche di rilassamento e l’immersione. John Adolfson, che in quegli anni era psicologo ricercatore dell’U.S. Naval Medical Research Institute a Bethesda e autore del volume “Human Performance and Behavior in Hyperbaric Environments” e di numerosi studi sull’adattabilità e le prestazioni umane in ambiente sottomarino, nel 1977, insieme a Thomas Berghage scrive “La percezione e il comportamento del subacqueo”.

Gli anni ‘80

Nei primi anni ’80, Odone e altri studiosi come Reggiani, Oelker, Rotunno e Vassallo, attraverso gruppi di discussione con subacquei e istruttori hanno cercato di individuare le basi psicodinamiche della psicologia subacquea. Utilizzando tecniche psicodiagnostiche e l’analisi fenomenologica hanno cercato di spiegare l’apparente contraddittorietà nei tratti di personalità rilevati nei gruppi di sub. Secondo questi ricercatori riconoscere il meccanismo della “cross-identification”, che è alla base della collusione narcisismo-masochismo presente nei gruppi di subacquei indagati potrebbe diventare un elemento aggiuntivo nella prevenzione degli incidenti subacquei. Secondo Odone e i suoi collaboratori dal momento che la maggior parte degli incidenti subacquei non sono accidentali, ma dovuti ad aspetti inconsci è indispensabile capire i meccanismi psicodinamici presenti nell’attività subacquea e spiegarli nei metodi didattici. Su questa linea, Spigolon e Dell’oro nel 1985 sostengono che il training autogeno possa essere utile al subacqueo. L’apprendimento di questa tecnica può consentire, infatti, di spezzare il circolo negativo che porta dalla situazione difficile all’attacco di panico. Negli anni ’80, in concomitanza con la rivoluzione tecnologica che ha modificato il modo di andare sott’acqua, diventano numerosi gli studi di psicologia sperimentale e quelli relativi al rapporto tra stress e performance cognitiva del subacqueo. Da segnalare lo studio di Morgan del 1987, che evidenzia come in quegli anni l’immersione subacquea, dopo decenni di predominio maschile, vada aprendosi anche al mondo femminile. William Morgan, Direttore dello “Sport Psychology Laboratory” all’Università of Wisconsin-Madison, è uno degli studiosi che sin dagli anni ‘80 ha dato maggior contributi alla ricerca psicologica nell’attività subacquea in particolare per quanto riguarda le ricerche sull’ansia e il panico. Morgan ha preso in esame oltre 500 subacquei ricreativi esperti scoprendo che oltre la metà avevano sperimentato degli episodi di panico e che almeno uno di questi si era verificato durante un’immersione. Proseguono anche negli anni ‘80 gli studi sullo stress, gli aspetti cognitivi e personologici del subacqueo.
Sono, però, Arthur Bachrach e Glen Egstrom che in questo periodo riassumono i più importanti studi sullo stress, l’ansia e il panico nell’attività subacquea nel volume “Stress and performance in diving”, che rimane ancora oggi un riferimento indispensabile per tutti gli studiosi di psicologia subacquea.
In Italia, De Marco nel suo articolo “Psicologia e psicodinamica dell’immersione” raccoglie una rassegna letteraria dei lavori su questo argomento fino al 1987.

Dagli anni ’90 ai nostri giorni

Gli anni ’90 vedono emergere importanti studi sugli aspetti psicologici dell’immersione subacquea. E’ indispensabile ricordare i lavori di Jennifer Hunt, professoressa al Dipartimento di Sociologa nel New Jersey. La Hunt utilizza l’indagine psicoanalitica per prendere in esame la sfida del rischio e gli incidenti subacquei. Esamina i conflitti inconsci che sembrano alimentare il coinvolgimento del sommozzatore nelle immersioni profonde fino a portarlo vicino ad un incidente fatale. La sua ricerca si basa su interviste effettuate a persone che praticano la subacquea ricreativa e tecnica.
Un altro importante ricercatore è Gary Ladd. Subacqueo sin dal 1975, è il primo psicologo subacqueo a tutti gli effetti. Nella sua attività sia clinica che di ricerca si occupa di panico subacqueo, incidenti subacquei ed effettua terapie specifiche per chi ha perso il “buddy” in immersione.
Nel 1999 Nevo e Breitstein pubblicano il volume “Psychological and Behavioral Aspects of Diving”, che raccoglie le loro più importanti ricerche. Dai loro numerosi studi emerge che, rispetto alle persone che non praticano questa attività, il subacqueo presenta una maggiore ricerca del rischio e dell’avventura, una maggiore mascolinità e aggressività, una minor predisposizione all’ansia e migliori condizioni generali di salute. Nello stesso anno, in Italia, Diego Polani pubblica il volume “Psicologia dell’immersione”, un manuale rivolto agli istruttori subacquei affinché possiedano elementi di psicologia nella loro didattica.
Nella letteratura psichiatrica ci sono pochi casi di disturbi legati alla PDD (Patologia da Decompressione); alcuni report segnalano che la PDD può comportare cambiamenti di personalità, depressione, la sindrome di Munchausen e pseudostroke. Due recenti report di psicosi in subacquei insorti dopo un’immersione e sospettati di essere una PDD sono segnalati da Hopkins e Weaver. I subacquei trattati in camera iperbarica non presentavano miglioramento dei sintomi psicotici e gli studiosi concludono sostenendo che è improbabile che la PDD possa far scatenare un episodio psicotico.
Nel 2001 nasce, ad opera di Capodieci, la rubrica “Sport e Psiche” su Psychomedia, il primo portale italiano di Psichiatria, Psicologia, Psicoanalisi, che raccoglie articoli dei principali studiosi di questa tematica e che ha lo scopo di sviluppare la ricerca e le attuali conoscenze sulla Psicologia delle attività subacquee.
Sulla rivista del DAN, “Alert Diver”, Maria Luisa Gargiulo pubblica interessanti articoli di psicologia subacquea, che approfondiscono gli aspetti emotivi e le motivazioni presenti nell’attività subacquea.
Nel 2002 nasce il sito Internet “Psychodive” che, oltre a presentare le attività di ricerca, i Convegni e i Meeting correlati alla psicologia subacquea, si occupa di testare ansia e panico offrendo a tutti i subacquei l’opportunità di poter valutare il proprio stato d’ansia e questo, in linea con i più autorevoli studi sul panico nell’immersione subacquea, è una modalità per conoscere il proprio livello d’ansietà e prevenire così il rischio di episodi di panico durante l’immersione.
Negli ultimi anni la ricerca è diventata più sofisticata e alcuni ricercatori studiano il rapporto tra l’attività subacquea, il cervello e il comportamento. Un’équipe di ricercatori svizzeri ha indagato il rapporto tra il flusso ematico cerebrale (CBF) e la performance cognitiva in 215 subacquei sia ricreativi sia tecnici, che si immergono oltre i 40 metri, in acque fredde o in mari caldi. Attraverso la SPECT, test psicometrici e neuropsicologici e analisi ematochimiche gli studiosi sono arrivati alla conclusione che i subacquei possono riportare conseguenze neurofunzionali a lungo termine quando si immergono in condizioni estreme (per lo più in acque fredde), se hanno al loro attivo oltre 100 immersioni l’anno e si immergono oltre i 40 metri. Anche altri recenti studi sottolineano i rischi commessi con l’attività subacquea e raccomandano che oltre a buone condizioni fisiche il subacqueo goda di un benessere psicologico.

Considerazioni conclusive

Se il 1945, con l’articolo di Behnke, segna l’inizio dell’interesse scientifico per la Psicologia Subacquea, si può affermare che a 60 anni di distanza questa dimensione della ricerca rimane ancora nella sua fase pioneristica. Collocandosi al confine tra la Medicina Subacquea, la Psicologia e la Medicina dello Sport, la Psicologia, la Psichiatria e la Psicoterapia, questa nuova disciplina ha bisogno di arricchire il proprio ambito con nuovi e ricerche più approfondite. Nonostante l’importante contributo degli ultimi anni da parte di alcuni ricercatori, si conoscono ancora molto poco i meccanismi che portano agli episodi di panico durante l’immersione, sono stati studiati pochissimo gli aspetti della personalità del subacqueo sia ricreativo che tecnico e altresì sono state poco indagate le basi psicodistudi namiche di questa attività e le sue correlazioni con altri sport estremi. A tutt’oggi non esiste un protocollo psicoattitudinale che affianchi quelli medici nella selezione di chi pratica la subacquea sia in ambito sportivo che professionale e anche gli aspetti sociali e psicoeducativi che tanta rilevanza hanno in questa attività sono stati affrontati solo in maniera saltuaria e in ambiti ristretti.
Con l’auspicio che l’interesse scientifico per la Psicologia delle attività subacquee continui ad accrescersi arricchendosi di nuove indagini e filoni di ricerche concludo questo excursus storico sugli studiosi di questo argomento con le parole di Jules Verne, un antesignano della vita subacquea che, in Ventimila leghe sotto i mari, fa dire a Capitano Nemo: “Il mare non appartiene ai despoti. Sulla sua superficie gli uomini possono esercitare leggi ingiuste, combattere, farsi a pezzi ed essere spazzati via con gli orrori terrestri. Ma quindici metri più sotto, il loro regno finisce, la loro influenza si estingue e il loro potere scompare. Ah!, Signore, vivere, vivere in seno alle acque! Solo laggiù c’è indipendenza! Laggiù non ho padroni! Laggiù sono libero!”.