L’immersione subacquea tra sicurezza ed esperienza di crescita

L’immersione subacquea tra sicurezza ed esperienza di crescita

L’immersione subacquea tra sicurezza ed esperienza di crescita

di Salvatore Capodieci

Relazione presentata al Meeting Internazionale di Psicologia Subacquea organizzato dal COJI, dal CONI e dalla Cattedra di Psicologia della Formazione dell’Università di Palermo e tenutosi a Palermo dal 23 al 26 settembre 2004.

Altri relatori: Aldo Di Pietro, Gaetano Venza, J. T. Escudero Lopez, Piero Fagone, M. Li Got Ramis, Girolamo Lo Verso, Maurizio Schiavone, Raymond Sciarli e F. Paolo Sieli.

PREMESSA
L’attività subacquea ha subito nell’arco degli anni una profonda trasformazione: da sport riservato a pochi esperti dotati di grandi capacità fisiche è diventato un’attività ludica di massa aperta ad un vastissimo pubblico.
Questo processo ha fatto sì che anche l’identità e il profilo psicologico del subacqueo di oggi non siano come quello di chi si dedicava alle immersioni fino a 20 anni fa.
Il subacqueo, sia tecnico che ricreativo, fino agli anni ’60 e ’70 era nella maggior parte dei casi una persona con spiccate caratteristiche di individualismo tanto dal punto di vista psicologico quanto da quello sportivo. La struttura di personalità era più simile a quella dell’alpinista o del paracadutista nel senso di atleti che cercano di migliorare gradualmente le proprie capacità e di riuscire a superare i propri limiti tramite un training continuo e impegnativo.
Le rivoluzionarie innovazioni tecnologiche hanno invece profondamente modificato l’immersione subacquea consentendo praticamente a tutte le persone – compresi i portatori di handicap – di effettuare delle piacevoli immersioni ricreative. L’andare sott’acqua si è man mano differenziato in una serie di ulteriori discipline sportive con numerose variabili.

Le principali attività subacquee
Le immersioni in apnea
Lo snorkeling
La caccia subacquea
La scoperta di flora e fauna (biologia marina)
Le immersioni notturne
L’esplorazione dei relitti: vascelli e galeoni, navi della I° e II° Guerra, navi mercantili antiche e moderne, sommergibili, aerei, automobili, …
Il “deep diving”
L’esplorazione di grotte e anfratti (speleologia subacquea)
Il turismo subacqueo
L’archeologia subacquea
L’orientamento subacqueo
Le attività di ricerca e recupero
La fotografia e la cinematografia subacquea
Il tiro subacqueo
Mountain bike subacquea
Hockey subacqueo
Il salto dall’elicottero
Il salvataggio e la rianimazione
L’immersione tecnica: Nitrox e altre miscele (Trimix)
La Rebreather tecnology

Attività collaterali:
Vivere la realtà associativa: corsi, convegni, aggiornamenti, libri e riviste
Acquisizione di specialità e brevetti
Sperimentare la dimensione sportiva del rapporto di coppia (buddy relationship)
Vivere la dimensione gruppale, le sue dinamiche e la figura del leader
Conoscere e sperimentare la comunicazione non verbale: i segnali in immersione
L’amore per la formazione, essere una guida e disponibilità alla collaborazione: diventare Dive Master
La passione per la didattica: essere un istruttore

Specificità dell’attività subacquea
Riporto alcune caratteristiche che ritengo possano differenziare l’immersione subacquea di tipo sportivo (anche tecnica) da altre discipline facendone un’esperienza con una forte valenza emotiva oltre che una pratica sportiva:
– è uno sport nel quale il principiante, pur non possedendo alcuna competenza specifica, può raggiungere i traguardi prefissati dall’istruttore in pochissimo tempo a differenza di altre attività dove occorrono anni di impegno per ottenere risultati importanti;
– il raggiungimento degli obiettivi sottostà alla presenza di stress e di un particolare stato d’animo (apprensione, senso di panico) in maniera più significativa rispetto ad altre discipline sportive; i fattori età, sesso e forza fisica sono del tutto relativi se raffrontati con l’importanza che assumono in altri sport;
– l’elemento discriminante che fa sì che un sub possa diventare nel tempo un “esperto” è la cosiddetta acquaticità. Con questo termine si intende una naturale confidenza che l’essere umano ha per l’acqua fin dalla nascita. E’ facile osservare come un bambino di pochi mesi si trovi perfettamente a suo agio nell’acqua da alcuni elementi che vanno dall’assoluta tranquillità e piacevolezza procurata dal trovarsi immerso nell’acqua allo spontaneo “riflesso all’apnea” (interruzione volontaria della respirazione) attivato dal semplice contatto dell’acqua sul viso. Il timore che a volte alcuni bambini manifestano col passare del tempo è spesso il risultato riflesso delle paure degli adulti con cui i bambini si rapportano e, quindi, del mancato mantenimento della primitiva confidenza. L’acquaticità è, comunque, un argomento sul quale non esistono studi approfonditi e ricerche in campo sperimentale.
– gli elementi di “piacevolezza” degli altri sport come la fatica, l’arrivare per primo, la tolleranza al dolore causato dalla tensione muscolare, non appartengono al subacqueo che, al contrario, deve stare attento a non fare eccessiva fatica, che se avverte dolori muscolari o se si accorge che l’impegno diventa un sacrificio eccessivo deve interrompere la sua attività sportiva, che deve vigilare e stare attento al compagno e rispettare il posto che la guida subacquea o l’istruttore gli hanno assegnato durante il briefing, che precede l’immersione (1).

PSICODINAMICA DELL’IMMERSIONE SUBACQUEA

La motivazione all’immersione subacquea
La psicoanalisi e altre scienze psicologiche si interessano della motivazione. Ci si potrebbe chiedere: “Perché X è attirato dalla subacquea?” nei suoi diversi aspetti. E X potrebbe rispondere che si immerge “perché vuole vedere pesci interessanti e coralli colorati” oppure “con lo scopo di raggiungere dei cambiamenti”, compreso il superare la paura.
E’ possibile cercare di capire cosa spinge X a immergersi esplorando nel suo inconscio, nella sua storia personale, andando indietro alla sua infanzia e indagando nei suoi aspetti evolutivi.
Questi elementi possono rilevare le origini della sua motivazione o essere in grado di spiegare, nel caso di altri individui, cosa possa esserci, invece, alla base del timore di andare sott’acqua. Spesso, infatti, i motivi che una persona adduce come spiegazione del suo rifiuto di immergersi non sono quelli reali o i più importanti.
Parlando di motivazione all’attività subacquea è utile proporre un’altra importante considerazione, anche se solo teorica e di direzione opposta, che è la seguente. Prendiamo in esame un sommozzatore professionista, militare o civile, che si sia imbattuto casualmente in questo lavoro e di riscontrare, sulla base delle sue caratteristiche psicodinamiche, che non è adatto a questa professione. Nonostante porti a termine in modo soddisfacente il corso, non è contento del suo ambiente e l’accumulo di sofferenza gli causa abbattimento e lo rende in poco tempo inefficiente e stressato. In questo caso quali aspetti della personalità possono essere una controindicazione all’immersione subacquea e perché pur essendoci le capacità attitudinali di tipo fisico insorge insoddisfazione, stress e inefficienza?
C’è molto da studiare relativamente alla psicologia dell’attività subacquea, è possibile comunque applicare un più ampio sistema concettuale agli aspetti che attualmente conosciamo.
L’immersione è una risposta alle esigenze dell’inconscio tanto individuale che collettivo di recuperare quel rapporto primordiale presente tanto nel ritorno alla condizione intrauterina, dove la vita si svolge nell’acqua, quanto nelle profondità del mare dove vivono i pesci, nostri lontanissimi antenati.
Per capire, invece, gli aspetti ludici insiti nell’attività subacquea e in particolare nel “wreck diving” (l’immersione nei relitti) possiamo fare riferimento al vecchio archetipo della ricerca del “tesoro sommerso”, sul quale insistono numerose storie, che con il tempo diventano leggendarie.
L’ultima moda tra le attività subacquee è proprio la caccia al tesoro sommerso. Si possono cercare due categorie di tesori in fondo al mare, dove quasi sempre sono finiti in seguito a un naufragio: tesori propriamente detti (lingotti d’oro o d’argento, monete, gioielli … ) e “tesori” archeologici. Il momento più significativo dell’attività subacquea corrisponde, però, al momento in cui viene attraversata quella linea che segna il confine tra l’aria atmosferica e l’acqua, che vuol dire di fatto varcare una linea reale, unica, diversa da qualsiasi altro confine di tipo metaforico tra dimensione reale e virtuale o tra somatico e psichico. Confine che segna la separazione tra due mondi: quello terrestre e quello sottomarino.
Le risposte più frequenti che danno i subacquei sulla loro motivazione a questa attività sono: “mi piace il mare, voglio fare un’attività piacevole a contatto con la natura e nello stesso tempo imparare a migliorare la mia capacità di autocontrollo”, “mi affascina e mi incuriosisce”, “sono incuriosito nell’esplorare un mondo diverso”
Esistono degli aspetti che si presentano con maggior frequenza tra chi pratica una medesima attività ed è importante approfondire quali sono le caratteristiche che caratterizzano chi svolge l’immersione subacquea (2).

Il desiderio di isolamento
Ecco alcune testimonianze di subacquei: “ La subacquea è il poter vedere le persone da un’altra angolazione. Tolta la possibilità di ‘chiacchierare a vuoto’, posso finalmente vedere e valutare le persone solo per quello che fanno o per quello che sono e non per quello che dicono”.
“Direi che molti stanno ‘bene’ da soli, anzi per meglio dire fanno di tutto per essere da soli, fino all’estremo, ovvero andare in acqua da soli! Ma i subacquei che vanno in acqua da soli, perché lo fanno? Lo fanno per essere soli , per ascoltarsi in un ambiente che amano, in un ambiente che è loro caro, (solitamente i ‘soli’ sono sub preparati) in un ambiente che li rassicura, li conforta, li trastulla con il suo dolce ondeggiare, in assenza di peso, di rumori, di luci improvvise e violente, il tutto ovattato…… il mio mondo! Unico limite la ‘meccanica’ dell’immersione che ti riporta in maniera cruda alla realtà (tempi, quote, riserve di gas, … accidenti è ora di andare) ”.
L’isolarsi è una delle caratteristiche dell’attività subacquea ed è forse quella più affascinante: il subacqueo è infatti tagliato fuori completamente dal mondo esterno. La comunicazione sott’acqua è molto limitata e parallelamente si incrementa la consapevolezza del subacqueo che il proprio benessere fisico è completamente nelle sue mani. Il fatto che nonostante i progressi tecnologici possano consentire di comunicare sott’acqua (Diver Communication Systems: Comunicatori Subacquei), questi strumenti sono utilizzati quasi esclusivamente da chi la subacquea la pratica per motivi professionali sia in campo civile che militare. Sono numerosi i subacquei che riportano questi vissuti determinati dall’isolamento provato sott’acqua.
Ma fino a che punto un subacqueo avverte questo vissuto di isolamento?
Possiamo ritenere che il subacqueo sportivo difficilmente riporti questo sentimento in quanto rimane sott’acqua per circa un’ora e poi riprende la sua regolare vita sociale. Il sommozzatore professionista si immerge, invece, quasi tutti i giorni per quattro ore o più. Sarebbe interessante domandarsi, inoltre, se gli effetti dell’isolamento possano essere cumulativi; ovvero, ogni immersione cancella gli effetti della precedente o i sentimenti legati al restare isolati permangono fino all’immersione successiva e in questo modo vanno sommandosi?

Il desiderio di appartenere ad un gruppo
A dispetto di tutto ciò, la subacquea è di fatto un’attività che ha un’alta valenza sociale, che si evidenzia in due modi principali:
1. Durante l’immersione ciascun subacqueo ha un compagno. Ciascun membro di questa coppia è responsabile dell’altro, deve monitorare i movimenti del partner ed essere pronto ad offrire il suo aiuto se è necessario.
2. L’attività subacquea sia sportiva che professionale (militare, scientifica, commerciale) è quasi sempre strutturata come un’attività di gruppo all’interno del quale ciascuno ha un suo ruolo. Non è semplice spiegare la contraddittorietà insita tra la condizione di isolamento del subacqueo in profondità e il suo elevato livello di responsabilità verso il compagno e il gruppo più vasto. In effetti le personalità molto introverse (il cosiddetto “lupo solitario”) non trovano facilmente posto nel mondo della subacquea. Fanno eccezione quei subacquei che si immergono da soli, pratica sconsigliata fermamente da tutte le agenzie didattiche. Al polo opposto anche le personalità estroverse o quelle troppo dipendenti dagli altri difficilmente aderiscono a questo tipo di attività. Il desiderio di appartenere ad un gruppo o ad un club di subacquei è, pertanto, una delle motivazioni più forti che spingono una persona ad effettuare questa pratica sportiva.

Lo spirito agonistico
Il subacqueo sportivo a differenza di chi pratica altre discipline non deve vincere nulla, non ha un traguardo da superare a tutti i costi o degli avversari da vincere. Nelle immersioni tecniche c’è un traguardo dato dal raggiungere una certa profondità o dal riuscire a visitare un particolare relitto, ma questo tipo di “traguardi” sono raggiungibili solo grazie alla cooperazione di altri compagni di immersione. Il subacqueo aspetta chi rimane per ultimo e interrompe l’immersione se una persona non si sente bene o ha terminato prima degli altri l’aria della bombola. La maggior parte dei subacquei sono caratterizzati da scarso spirito competitivo e se il desiderio di emergere e di gareggiare non è un elemento che caratterizza l’immersione, questo non vuol dire che chi pratica la subacquea non abbia il senso dell’agonismo, tipico di ogni essere umano e caratteristico della struttura psichica dello sportivo. “Il fatto è – sostiene De Marco (3) – che egli esprime ciò in modo diverso, con differenti obiettivi. Il subacqueo lotta, si difende, combatte, aggredisce, ma il suo avversario è più l’ambiente che lo circonda che un suo collega. Il suo agonismo, indubbiamente atipico (in ciò paragonabile a quello degli alpinisti), è correlabile alla pericolosità dell’immersione”.

Spirito ribelle
La subacquea è anche ribellione. E’ il ribellarsi alle leggi della natura, alle regole della Creazione che hanno assegnato il mare ai pesci e agli uomini la terra. Tramite una forma di isolamento autoimposto il subacqueo riesce ad estranearsi dalla società e forse anche in questo modo esprime il suo spirito ribelle. Il subacqueo sfida tutte queste leggi e regole e ci riesce. Nel 1973 Biesner (4) in un suo studio ha confrontato 95 marinai che lavoravano come sommozzatori con 95 marinai che svolgevano altre mansioni a bordo trovando che i subacquei avevano effettuato da giovani più fughe da casa, giocavano più spesso a poker e ricevevano un numero maggiore di multe rispetto al gruppo di controllo dei marinai. L’autore ha ricavato un’impressione generale sul subacqueo come di una persona che, negli anni della maturità, è un ribelle, un anticonformista e un amante dell’avventura. “Forse l’attività subacquea – concludeva – attira gli individui con queste tendenze naturali”. Alcuni anni dopo, lo stesso ricercatore ha esaminato attraverso uno studio longitudinale se gli indici antisociali (menzionati sopra) fossero correlati alle capacità e all’efficienza dei marinai, ma non trovò nessun tipo di correlazione. In conclusione, mentre un background di difficoltà di adattamento può indicare una scelta per una particolare attività (la subacquea), questo non evidenzia nessuna attitudine o successo in questo campo (5).

Non esiste nessuno studio che prenda in esame i tratti di personalità dei subacquei sportivi, ma possiamo aspettarci che una tendenza alla ribellione riscontrata nei sub professionisti possa essere presente anche nell’attività subacquea di tipo commerciale.

Il conflitto interno tra il desiderio di mantenere tutto costantemente sotto controllo da una parte (evidente nella manutenzione e nell’utilizzo dell’equipaggiamento subacqueo) e il desiderio di lasciarsi andare, di staccare da tutto e di ribellione contro la natura dall’altra, può portare ad una doppia dimensione, che in casi estremi può essere causa di turbamento dell’equilibrio psichico. Si può prendere in considerazione, come esempio, un istruttore subacqueo la cui attitudine verso la sicurezza in immersione è diversa in presenza dell’allievo rispetto a quando si trova da solo.
Groves (6) ha cercato di analizzare le ragioni inconsce che portano una persona a scegliere uno sport pericoloso come hobby. Gli sport estremi, come la subacquea, si svolgono in ambienti inospitali e richiedono un equipaggiamento speciale e un addestramento specifico per sopravvivere in questi ambienti. Groves sostiene che fino agli anni ’50 gli psicologi correlavano la partecipazione a sport pericolosi a nascosti desideri di morte con spostamento e rovesciamento dell’angoscia secondo la teoria freudiana e alla presenza di un eccesso di sentimenti di inadeguatezza e inferiorità. Negli ultimi anni questa visione si è modificata e, oggi, le teorie psicologiche che vedono la partecipazione agli sport pericolosi come un desiderio di arricchimento, di accrescimento e di stimolo o un incremento del proprio livello di arousal sono più accettate.
Sparks (7) è un altro studioso che ha enfatizzato il valore educativo di quelle attività che creano degli stress di tipo piacevole (eustress). Non esiste, però, nessuna ricerca che confronti le ipotesi sulle dinamiche negative, presenti nella partecipazione agli sport pericolosi, con quelle sulle dinamiche positive.
Seigolini e Delgoro (8) spiegano l’insorgenza dell’ansia attraverso la separazione che avviene tra l’autopercezione di sè e del proprio corpo. Nell’analizzare i fallimenti di competizioni sportive dovute all’ansia, i ricercatori spiegano che nell’uomo moderno la percezione ottimale del proprio corpo si avvantaggia da una reale separazione dal suo ambiente, dalla madre e infine dal suo stesso Io. L’ansia si manifesta quando il corpo, che è la barca dove risiede l’Io, avverte che sta per fallire o che deluderà. Può insorgere in questo modo un circolo vizioso di tipo negativo in cui il fallimento del corpo genera ansia, che a sua volte compromette il risultato sportivo. Gli Autori consigliano il “training autogeno” per favorire un rafforzamento della percezione del corpo e della mente. Alcuni sub praticano con successo questo metodo, ma non esistono al momento studi che ne evidenzino l’efficacia nell’attività subacquea.

CONCLUSIONI

La preparazione dell’equipaggiamento, il briefing, l’ultima verifica dell’attrezzatura, l’assenza di gravità, lo scendere nel ‘blu’, la modificazioni dei colori, l’affidarsi al compagno e al gruppo, la continua verifica di se stessi, il sentire il proprio respiro, gli incontri con i pesci e le altre creature marine, la contemplazione dei fondali e delle pareti, la suggestione alla vista di un relitto, di un anfora o di una grotta, l’euforia per l’impresa compiuta, il parlare dopo il silenzio, …
Il comportamento dell’immergersi ha un grande significato simbolico. L’immersione può essere vista come “il ritorno nell’utero materno”, un momento simbiotico nel quale il subacqueo si riunisce con il mare che ha sempre rappresentato la “grande madre” per l’arte e la psicoanalisi. Si può vedere la subacquea anche come un comportamento che si richiama alla morte, una sfida alla morte, l’espressione incompleta di un desiderio di suicidio. In questo senso, la profondità del mare si presenta nella mitologia come luogo di pericolo e di mistero, un posto dove vivono mostri che inghiottono le imbarcazioni.
Tutti gli aspetti, presi in esame in questo articolo hanno delle importanti implicazioni pratiche: Lo sviluppo di studi che, attraverso questionari sulla personalità e test proiettivi, valutino le differenze tra subacquei e non subacquei. I subacquei dovrebbero inoltre essere sottoposti a questi test anche sott’acqua per valutare se il trovarsi in profondità comporti cambiamenti personologici.
La realizzazione – in collaborazione con medici iperbarici – di una struttura deputata a conoscere i fattori psicologici presenti negli incidenti subacquei, potrebbe servire a prevenire e ridurre il rischio di incidenti presente in questa attività. La ricerca di come e in che modo gli effetti benefici dell’immersione subacquea continuino anche dopo, durante la vita di tutti i giorni.
Gli studi sugli aspetti psicodinamici della subacquea si trovano ancora in una fase pionieristica. E’ auspicabile, pertanto, che in futuro possano svilupparsi e fornire importanti contributi alla conoscenza dei meccanismi mentali che caratterizzano l’immersione subacquea e della personalità di chi la pratica.

BIBLIOGRAFIA

1. Capodieci S . Aspetti psicodinamici dell’immersione subacquea. Psychomedia, 21 Marzo 2002. http://www.psychomedia.it/pm/grpind/sport/capox-2.htm
2. Capodieci S. (2001). Ansia e panico nell’immersione subacquea. Psychomedia, http://www.psychomedia.it/pm/grpind/sport/capox.htm
3. De Marco P. (1987). Psicologia e psicodinamica dell’immersione. Rassegna della letteratura. Movimento, 3 (3), pp. 202-204.
4. Biersner R.J. (1973). Social development of navy divers. Aerospace Medicine, 44 (7), pp. 761-763.
5. Biersner R.J., Dembert M.L., Browning M.D. (1979). The antisocial diver: Performance, medical and emotional consequences. Military Medicine (July), pp. 445-448.
6. Groves, D., (1987). Why do some athletes choose high-risk sports? The Physician and Sportsmedicine, 15 (2), 186-190.
7. Sparks, R.E., (1982). The educational value of high risk activies in the physical education program: A social philosophical perspective. Paper presented at the Annual Meeting of “The American Alliance for Health, Physical Education, Recreation and Dance”, Houston, TX, April, 1982.
8. Seigolini & Delgoro (1985), citati in: Nevo B., Breitstein S. (1999). Psychological and behavioral aspects of diving. Best Publishing Company, pag. 173.

Altri riferimenti bibliografici:
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– Sessa T., Pallotta R., Fati S. (1964). Profilo psicologico del subacqueo. Medicina Sportiva, 27, pp. 119-123.
– Bernardi G. (1964). Psicologia dello sport subacqueo. Medicina sportiva, 12, p. 155-158.
– Zannini D., Montinari G. (1971). Osservazioni sulla valutazione psicoattitudinale degli operatori subacquei. Medicina Sportiva, 24, pp. 293-298.
– Hunt J.C. (1996). Psychological aspects of scuba diving injuries: Suggestions for short-term treatment from a psychodynamic perspective. Journal of Clinical Psychology in Medical Setting, 3, pp. 253-271.
– Hunt J.C. (1996). Diving the wreck: Risk and injury in sport scuba diving. Psychoanalityc Quarterly, 65, pp. 591-622. (trad. italiana nell’Area “Sport e Psiche” di Psychomedia – a cura di Capodieci S. e Gargiuolo M.L. alla pagina: http://www.psychomedia.it/pm/grpind/sport/sub1.htm).
– Antonelli F. (1975). La psicologia del subacqueo. Il Sub, 2, pp7-10.
– Pelaia P. (1981). Subcosciente da sub. Il Sub, 9, pp. 97-101.
– Odone L. et al. (1983). Le basi psicodinamiche dell’addestramento del subacqueo. Medicina Subacquea e Iperbarica, 3, pp. 33-41.
– Polani D. (1999): Psicologia dell’immersione. Editoriale Olimpia, Firenze.
– Childs C.M., Norman J.N. (1978). Unexplaied loss of consciousness in divers. Medicine Aeronautique et Spatial, Medicine Subaquatique et Hyperbaric, 17, 127-128.